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LE FONTI DEI DATI SULLA DISOCCUPAZIONE
on esiste una serie unica di dati in grado di produrre una precisa misura dell’entità della disoccupazione. In parte, ciò è dovuto ai differenti modi di definire la disoccupazione e al fatto che la disoccupazione non è di per sé un concetto preciso. La linea di discrimine, infatti, tra disoccupazione e inattività può essere estremamente vaga e sfumata; come vaga e sfumata è la differenza tra chi cerca un lavoro senza riuscire a trovarlo, e chi pensa che la mancanza di posti rende inutile la ricerca, ma nonostante ciò, preferirebbe lavorare.
  Fatta questa breve, ma necessaria premessa, occorre aggiungere che vi è anche una comprensibile tendenza a considerare i numeri sulla disoccupazione come una misura attendibile delle carenze occupazionali, mentre, in realtà, essi ne danno una rappresentazione molto parziale.
Le due fonti principali di dati sulla disoccupazione, internazionalmente accettate, sono,
da un lato,
i sondaggi su un campione di famiglie condotte periodicamente - su base annua o con frequenza trimestrale - nel contesto delle forze di lavoro. Tale stima tenta di capire se le persone sono disoccupate in base alle dichiarazioni degli interessati, e attraverso l’applicazione di criteri di giudizio accettati a livello internazionale.
  L’altra fonte prevede un conteggio mensile della disoccupazione in ciascuno Stato membro della Unione Europea. Essa si basa sulla conta di coloro che si registrano presso gli uffici di collocamento come disoccupati e alla ricerca di un impiego o, in alcuni casi, tra coloro che richiedono il sussidio di disoccupazione. Quest’ultima fonte è quella più nota nei Paesi comunitari ed è compiuta sulla base di atti amministrativi. La prima, invece, conforme alle definizioni standard internazionali e raccomandata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (O.I.L.), risulta maggiormente raffrontabile tra i Paesi membri.
Sono dunque due metodiche profondamente diverse che offrono due differenti approcci al tema, fondandosi l’una su indagini a campione e su criteri statistici comuni rigorosamente osservati dagli Istituti Nazionali di Statistica diretti da EUROSTAT, e l’altra sugli atti amministrativi prodotti, certificati e diffusi dai governi nazionali, ciascuno in base alla propria legislazione
L’indagine campionaria ISTAT sulle forze di lavoro, secondo la definizione adottata (gli occupati e le persone in cerca di occupazione), ha subìto, nel tempo, numerose modifiche inerenti la tecnica utilizzata e le dimensioni del campione. Così, dall’ottobre 1992, in base alle indicazioni internazionali, le persone in età lavorativa sono state ridefinite come persone in età di 15 anni ed oltre, ed è stata modificata la definizione di persone in cerca di occupazione rientrando in tale categoria solo coloro che hanno effettuato una effettiva ricerca di lavoro nei trenta giorni precedenti l’indagine e che si dichiarano immediatamente disponibili a lavorare nelle due settimane successive.
Gli indici di disoccupazione così calcolati prendono come riferimento il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro. Le informazioni statistiche prodotte dal Ministero del Lavoro, invece, accompagnano atti obbligatori che persone o imprese sono tenute a compiere periodicamente. In tale ambito, ricadono - tra le altre - le statistiche sugli iscritti al collocamento. Le informazioni vengono prodotte, per ricaduta, dagli atti amministrativi derivanti dall’iscrizione nelle apposite liste, iscrizione sancita dall’art. 8 della legge 264/49 che obbliga “chiunque aspiri ad essere avviato al lavoro alle dipendenze altrui ad iscriversi nelle liste di collocamento presso gli Uffici del lavoro della circoscrizione nella quale ha la propria residenza” L’indagine fornisce il numero delle persone che, nel mese di riferimento (varabile di flusso), ovvero al termine del mese preso in esame (variabile di stock), risultano iscritte e si dichiarano disponibili a lavorare.

L’indice di disoccupazione calcolato è più propriamente definibile come un indice di iscrizione alle liste, giacché il saggio che ne consegue è derivante dal rapporto tra iscritti e popolazione residente in età di lavoro compresa tra i 15 e i 64 anni. Al riguardo, giova ricordare che l’attuale legislazione prevede numerosi benefici o agevolazioni sia per i lavoratori che per i datori di lavoro che risiedono i quei territori dove più alto è il tasso così computato. 

A partire dal 1950 (anno nel quale sono nate le statistiche del collocamento), le modifiche introdotte hanno cercato di rendere meno evidente il differenziale tra disoccupati reali e iscritti. Tale divario deriva dal fatto che sono numerose le persone che si iscrivono al collocamento per motivi diversi, oltre a quello di una effettiva ricerca di occupazione (ad es. usufruire di benefici di carattere previdenziale); così come sono innumerevoli le persone che non ritengono utile iscriversi o perché scoraggiate o perché scelgono altri canali di ricerca. Per altro verso, tale distorsione dei dati deriva dalla possibilità, concessa dal legislatore, di accedere al godimento di alcuni benefici solo se iscritti alle liste di collocamento, ancorché, da ultimo, la legge 223/91, introducendo l’avviamento su chiamata nominativa, abbia stabilito che l’iscrizione nelle liste produce effetti solo ai fini dell’avviamento al lavoro e delle prestazioni previdenziali.  
  Appare, dunque, pacifico quanto sia articolato il modo di procedere alla lettura dei dati in questione. Ambedue le fonti offrono due momenti specifici di approfondimento, attraverso due chiavi differenti di interpretazione della realtà. Una differenza pur significativa tra i dati di fonte Ministero del Lavoro e i dati di fonte ISTAT che si insinua attraverso la mancata corrispondenza tra la condizione amministrativa di iscritto alle liste di collocamento e la definizione economica di disoccupato.
La necessità, pertanto, di poter disporre di un quadro sistematico di informazioni statistiche rilevanti per la conoscenza del mercato del lavoro ha indotto il Ministero del Lavoro a stipulare, già dal 1984, una convenzione con l’ISTAT per l’organizzazione di un apposito sistema informativo concernente le attività relative al mercato del lavoro nei suoi aspetti istituzionali. E’ in questa direzione che va letta la collocazione dello stesso Ministero, quale soggetto del
Sistema Statistico Nazionale (SISTAN).

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